La Memoria e il Ricordo di tutte le vittime di persecuzioni, genocidi e "pulizie etniche" di ogni tempo e luogo si oppongono all’oblio, non come rivendicazione rancorosa del passato, ma come gesto di carità, come atto di giustizia e di libertà volto al futuro.
La Memoria - che tutte le dittature cercano di cancellare o falsificare per avere sudditi inconsapevoli e consenzienti - ha sempre tardato comunque a farsi viva e a diffondersi: di fronte a fatti come la shoah o le foibe per decenni l’oblio è stato frutto della rimozione, dell’indifferenza, del rifiuto; il silenzio si è confuso col falso pudore dell’ipocrisia, ma anche con il cinismo dell’interesse politico.
Il Giorno del Ricordo è stato istituito nel 2004 come solennità politica italiana. Il promotore della legge era un personaggio di spicco di Alleanza Nazionale, ma per decenni l’interesse dell’Occidente (destra e sinistra) è stato tenersi buono Tito e la sua leadership dei Paesi non allineati in quanto oppositore di Mosca.
Il Giorno della Memoria è stato istituito nel 2005 come ricorrenza internazionale da una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Celebrando così il sessantesimo anniversario della liberazione del Campo di Concentramento di Auschwitz, l’interesse dell’Occidente (sinistra e destra) è stato quello di gettare le basi di un’unificazione europea, come barriera contro altre guerre e totalitarismi.
Storicamente l’Olocausto e le Foibe non si possono quindi equiparare, oltre che per il divario numerico delle vittime, per i motivi, da più parti sottolineati, connessi alla diversità del modo in cui le due ricorrenze del 27 gennaio e del 10 febbraio sono state istituite.
A distanza di un decennio dall’istituzione delle ricorrenze in questione, siamo ormai tutti convinti che il senso di tali commemorazioni sia costruire un futuro di pace e perdere per strada, in modo liberatorio, l’ossessione del passato.
Franca Marchesi, 11 Febbraio 2014
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